“Quando una persona commette un errore, la società non deve allontanarla.
Sbaglia se fa così.
Dovrebbe andare da quella persona ed abbracciarla”
(Dalai Lama)
“Uscire dal carcere non è che l’inizio. Evadere dal proprio passato, questa è la vera sfida”
(La seconda prigione. Bennett Ronan)
Queste sono le frasi con cui vorrei iniziare questo breve articolo. Una riflessione sull’errore e sul giudizio.
“Sepolti vivi” è stata una frase che mi ha particolarmente colpito durante una delle mie prime esperienze in carcere. Ho letto in queste parole qualcosa di triste e sconcertante.
Con questa espressione avevo rivisto non so per quale motivo un qualcosa di terribilmente vero, mentre tutti parlavano avevo immaginato un luogo lontano dalla società, anche fisicamente, dove all’interno c’erano delle persone che avevano commesso degli errori terribili, degli orrori, ma ho sempre pensato a delle PERSONE.
Ho sempre pensato che in quelle strutture, spesso posizionate alla periferia delle città, ci fossero dentro persone con una storia di vita difficile che avevano commesso delle cose, dei delitti imperdonabili da chiunque.
Vorrei concentrarmi sulle riflessioni che possono essere fatte rispetto a questo, alla possibilità di un recupero, di una rieducazione e in alcuni casi di una rinascita per persone che portano dietro di loro un peso, un macigno, un passato terribile e non comprensibile da tutto il resto del mondo. A volte il problema è proprio questo: capire, aiutare e soprattutto perdonare. Spesso ci si gira dall’altra parte perché risulta impossibile comprendere gli autori di reati a volte terribili.
Riprendendo la frase con cui ho voluto presentare questo articolo, penso che sia la verità, la vera sfida è fuori. Se analizziamo questo concetto infatti possiamo considerare che la vera condanna a volte inizia una volta che si è fuori. Come si fa ad abituarsi di nuovo alle regole, al modo di vivere che c’è fuori quando per lungo tempo si è stati isolati dal resto del mondo?
Non è raro infatti leggere o sentir parlare di coloro che dopo anni in carcere per aver scontato una pena, escano in libertà e facciano nuovamente il reato per cui si sono rovinati la vita, ci sono persone all’interno degli Istituti penitenziari che non recupereranno mai.
L’ordinamento penitenziario con la legge n° 354 Art. 1 del 1975 introduce quello che è il trattamento penitenziario:
Trattamento e rieducazione: Il trattamento penitenziario deve essere conforme ad umanità e deve assicurare il rispetto delle dignità della persona. Il trattamento è improntato ad assoluta imparzialità, senza discriminazioni in ordine a nazionalità, razza e condizioni economiche e sociali, a opinioni politiche e a credenze religiose. Negli istituti devono essere mantenuti l’ordine e la disciplina. Non possono essere adottate restrizioni non giustificabili con le esigenze predette o, nei confronti degli imputati, non indispensabili a fini giudiziari. I detenuti e gli internati sono chiamati o indicati con il loro nome. Il trattamento degli imputati deve essere rigorosamente informato al principio che essi non sono considerati colpevoli sino alla condanna definitiva. Nei confronti dei condannati e degli internati deve essere attuato un trattamento rieducativo che tenda, anche attraverso i contatti con l’ambiente esterno, al reinserimento sociale degli stessi.
Il trattamento è attuato secondo un criterio di individualizzazione in rapporto alle specifiche condizioni dei soggetti. [i]
La privazione della libertà e l’esperienza carceraria non è sicuramente semplice. Il presupposto della riforma carceraria è che ci sia un riconoscimento della dignità sociale, dei diritti di cui nessuno dovrebbe essere privato, durante e dopo la pena. Durante la pena si fa riferimento alle misure trattamentali, alla possibilità in determinate condizioni di accedere alle misure alternative alla detenzione.
La finalità della riforma carceraria concerne la filosofia rieducativa e le opportunità di reinserimento sociale che richiedono uno scambio, laddove scambio significa contaminazione e reciprocità, tra interno-esterno (e viceversa), tra carcere e società, limitato ma perlomeno costante nel tempo (Mancuso R. 2001).
Punto di partenza di un moderno trattamento è la convinzione che la pena debba essere umanizzata al fine di permettere la neutralizzazione dei danni, inerenti la situazione di detenzione, e di facilitare il reinserimento dei reclusi nella società. L’obiettivo della rieducazione non viene quindi perseguito attraverso la somministrazione della pena ma conformandola alle effettive esigenze della personalità del condannato che emergono dalla sua osservazione durante il periodo di reclusione (art. 1 legge 354/1975).
Lo scopo della rieducazione è cercare di aiutare il detenuto a mantenere un contatto con la realtà esterna e soprattutto di poterne sempre mantenere i diritti di uomo e persona.
Il carcere infatti è un ambiente difficile e che spesso fa paura, paura di sapere cosa si celi dentro quelle mura nelle quali si vive una condizione difficile e complicata.
La lunga permanenza in carcere e l’isolamento possono portare oltre che ad una sintomatologia fisica, delle difficoltà a livello psicologico e sociale, una delle maggiori problematiche da questo punto di vista sono lo svilupparsi di sintomi ansiosi, depressivi e difficoltà di relazione una volta che si è scontata la pena. Il momento della scarcerazione non è infatti spesso una fase semplice, il riadattarsi alla società dopo essere stati in una situazione di isolamento può portare l’individuo allo sviluppo di problematiche relative al reinserimento e a livello psicologico.
Un altro problema non di minore importanza è lo svilupparsi di problemi legati al sonno, quindi dalla difficoltà all’addormentamento, ai precoci ed improvvisi risvegli notturni. Questo tipo di difficoltà può essere dovuta ad una molteplicità di fattori, quali:
- l’isolamento;
- il senso di colpa per quello che si è fatto;
- il pensiero di quello che accade fuori;
- la preoccupazione di quello che ci si aspetta una volta scontata la pena.
Infine mi fa piacere condividere delle riflessioni su un libro: “ Mille giorni che non vieni” di Andrej Longo, la storia di un uomo che dopo anni di carcere, esce e cerca di riannodare i fili della sua esistenza come scrive l’autore nella prefazione.
Un’altra rappresentativa testimonianza della realtà carceraria per me è stato vedere “ Mare fuori” la serie inedita di Netflix che ci racconta come vivono i ragazzi nel carcere minorile della periferia di Napoli.
[i] https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:legge:1975-07-26;354
Silvia Corvetto