In questo periodo sembra quasi che la nostra vita si sia fermata, come quando esausti dai nostri impegni urliamo: “Fermate il mondo voglio scendere”.
Forse cosi definirei la condizione forzata in cui ci troviamo in questo momento, siamo scesi dal “nostro mondo” come se qualcuno abbia premuto “pausa” nella nostra vita.
Ci ritroviamo costretti a stare dentro le nostre case, lontano alcune volte dai nostri affetti, dalla nostra famiglia, dalle nostre attività preferite, dagli amici e dal nostro lavoro.
Siamo invasi da emozioni contrastanti. Pensieri positivi pieni di speranza si mescolano alla noia e a momenti di sconforto per un domani incerto che ci fa sentire soli ed impotenti. L’isolamento sociale che stiamo vivendo ci porta ad avere delle reazioni diverse, talvolta si parla di stress psicologico dovuto a questa condizione, all’insorgenza di sentimenti di paura, rabbia, impotenza e svuotamento emotivo che ci ricopre di negatività, ripensando al passato e sperando in un futuro migliore.
Questi sentimenti contrastanti vengono provati in maniera ancora più profonda da chi sta scontando una pena. Uomini e donne all’interno di un Istituto penitenziario sono in una condizione di isolamento, alcuni per qualche mese, altri per anni, altri per decenni e altri ancora per una vita intera.
Come vivono questo periodo le persone che abitano le carceri? Un luogo cosi incredibilmente difficile da poter immaginare. Cosa si cela dietro le loro menti in questo momento cosi difficile per tutti?
Risulta difficile sapere in concreto cosa possa provocare nella mente umana l’isolamento dovuto a lunghe prigionie, sicuramente ci si trova davanti ad un distacco dalla realtà, ad un allontanamento dal mondo esterno.
Molto spesso le persone che vivono per anni in pochi metri quadrati riportano delle difficoltà di elaborazione spaziale, non sì è più abituati ai grandi spazi esterni e questo purtroppo è un deficit che si ritrova anche quando si esce dal carcere.
Durante la prigionia si è soli, non si può scegliere con chi interagire, cosa fare, come muoversi e troppo spesso vi è un risvolto negativo dopo la liberazione. Possono infatti insorgere difficoltà di ascolto, di concentrazione. Può sorgere una regressione a livello linguistico sia per quanto riguarda l’utilizzo di nuovi vocaboli sia nel modo di comunicare con gli altri. Il carcere si porta dietro un sapore aspro, molto spesso si parla di “perdita” di dignità, come se tutto non abbia più un senso, che tutto si sia fermato, significa essere fuori dal mondo.
La persona che sconta una pena vive in un mondo parallelo, dove il pensiero diventa ripetitivo, un rimuginio che può portare ad un grande stress psicologico, dovuto molto frequentemente al malessere degli ambienti carcerari, spesso all’inadeguatezza delle celle, ai sovraffollamenti, alla mancanza di igiene.
Pensieri rinchiusi nella mente e nascosti dalla vita frenetica del mondo esterno si rivelano e la persona è costretta in qualche modo ad affrontarli. Lo scontro con questi sentimenti può portare molto probabilmente ad una crisi ma anche ad una evoluzione e ad una nuova consapevolezza di se. All’intero della vita carceraria si è innalzato un muro che crea un ulteriore isolamento, quello con il mondo esterno. Si limitano le visite, non è permesso l’ingresso dei volontari e la maggior parte delle attività rieducative sono sospese. Questa ulteriore chiusura amplifica i sentimenti negativi e rabbiosi di chi vive all’interno di istituti carcerari, creando sfiducia e sconforto.
La sfiducia e lo sconforto sono sentimenti a noi familiari in questo periodo, chiusi in casa circondati dalle nostre riflessioni, alternate a mille attività necessarie per tenere impegnata la mente e il corpo. E sono proprio queste attività collegate al mondo esterno che alimentano e mantengono in noi (uomini e donne fuori e dentro le carceri) energia vitale capace di affrontare e superare anche momenti di estrema difficoltà.
Libro: Fine pena mai di Elvio Fassone. Rapporto epistolare tra un ergastolano e il suo giudice, tra la realtà carceraria e il mondo esterno. La grande difficoltà di conciliare la sicurezza sociale con il percorso di rieducazione di un uomo condannato all’ergastolo.
Teatro: Hikikomori di Holger Schober. Testo teatrale in cui si viene catapultati nella mente di un adolescente che, con consapevolezza, ha scelto l’isolamento. Il termine Hikkimori è stato coniato dallo psichiatra giapponese Tamaki Saitō e si riferisce a ragazzi che volontariamente si sono allontanati dalla vita sociale.
Cinema: Repulsione di Roman Polański. Una donna richiusa all’interno della propria abitazione deve fare i conti con i mostri che abitano nella sua mente e con le sue fobie.
Silvia Corvetto