Una semplice formalità…

Nel 1971 esce nelle sale “Detenuto in attesa di giudizio” film diretto da Nanni Loy e interpretato da Alberto Sordi. Il protagonista rappresenta l’incubo di un uomo comune. L’incubo di essere accusato ingiustamente per un crimine mai commesso ed di non avere la possibilità di difendersi.

Il geometra romano Giuseppe Di Noi (Alberto Sordi) vive in Svezia con la famiglia e dopo tanti anni torna in Italia per le vacanze. Alla dogana l’uomo viene fermato per un semplice controllo e successivamente arrestato senza nessuna spiegazione. Da quel momento inizia un viaggio lungo e disperato tra umiliazioni, violenza e ottusità.

L’uomo viene trasportato come un oggetto da un carcere all’altro, viene sottoposto a trattamenti umilianti ed è circondato da uomini ciechi e da una burocrazia lenta e snervante. Dopo qualche giorno apprende di essere accusato di omicidio colposo per la morte di un uomo dovuta al crollo accidentale di un viadotto da lui progettato. Ma l’uomo non ricorda assolutamente l’evento e continua ad essere trasportato da un luogo all’altro sotto gli occhi disgustati della gente.

Sotto il consiglio di un altro detenuto gli rimane solo una cosa da fare: mantenere la calma.

“Calmo devi stare. Calmo. Sempre calmo. Ogni umiliazione la devi sopportare senza ribellarti. Ogni ingiustizia senza protestare mai. Calmo ti dico, sempre calmo. Perché geometra, voi che siete una persona istruita, ricordatevelo sempre, basta una girata di testa, una sola vi dico, perché  voi dal carcere non ce la fate a uscire mai più.”

In uno dei tanti carceri visitati scoppia una rivolta. Di Noi non partecipa ma viene comunque trasferito in un carcere dove regna la brutalità e la violenza. Viene aggredito da alcuni ergastolani e reagisce con la forza della disperazione finendo poi in un manicomio giudiziario.

Dopo le numerose esperienze degradanti e vergognose il geometra incontra l’avvocato e il giudice istruttore. Gli comunicano che si è trattato di un errore. Si è trattato di un equivoco, il viadotto è crollato per cause naturali. Gli uomini non si confrontano con il geometra, non chiedono scusa, parlano solo tra loro discutendo di problemi burocratici e della mancanza di comunicazione tra istituzioni. Di Noi ha come sempre una sola possibilità: restare calmo. La calma gli regala finalmente la libertà. L’avvocato esorta Di Noi a ringraziare il giudice inquirente (da cui è partito l’equivoco) il quale ha garbatamente rimandato le ferie di un giorno per “risolvere” il caso. L’uomo ringrazia inchinandosi davanti al giudice e all’avvocato. Finalmente è libero e incontra di nuovo gli occhi della moglie, ma il suo sguardo è diverso, l’esperienza l’ha cambiato per sempre.

Alcune scene del film possono sembrare inverosimili ma i temi trattati sono reali ed attuali. In quegli anni non era ancora avvenuta la riforma del codice di procedura penale del 1988. Era presente nel nostro ordinamento un modello inquisitorio che attribuiva un ampio potere al giudice. Con la riforma si introduce un impianto accusatorio che prevede un sistema di dialogo tra accusa e difesa al fine di tutelare la collettività e l’accusato.

Quindi si può notare un’evoluzione rispetto alla mancanza di diritti del protagonista.

Nel 1971 un caso di cronaca riporta l’arresto del musicista Lelio Luttazzi per l’accusa di detenzione e spaccio di stupefacenti a causa di un’intercettazione telefonica. Dopo ventisette giorni passati in carcere a Regina Coeli viene rilasciato venendo prosciolto senza rinvio a giudizio. Luttazzi scrisse in carcere il romanzo autobiografico Operazione Montecristo da cui Albero Sordi prese ispirazione per la realizzazione del film “Detenuto in cerca di giudizio”.

Nel film vengono trattati dei tempi ancora attuali come il sovraffollamento e le condizioni igienico-sanitarie all’interno del carcere. Il sovraffollamento è dovuto soprattutto anche alla disposizione da parte di giudici di misure cautelari personali. In questo caso finisce in carcere un soggetto che è formalmente innocente. La discrezionalità del giudice viene però delimitata grazie alla riforma del 2015 (Legge n. 7 del 2015) in cui la custodia cautelare diventa l’ultima misura possibile da applicare. Viene applicata solo se non è possibile garantire la tutela con le altre misure coercitive. In questo modo si cerca di limitare il sovraffollamento dei carceri e si cerca di eliminare l’errore di un’ingiusta detenzione. Si è cercato quindi negli ultimi anni di evitare i casi di ingiusta detenzione e della conseguente riparazione al danno che, secondo gli artt. 314 e 315 c.p.p., deve risultare “equa”.

Ma concretamente un’equa riparazione, introdotta dalla riforma del 1988, non esiste. Come il geometra Di Noi, Lelio Luttazzi e molti altri uomini più o meno noti l’uomo che entra in carcere da innocente ne esce necessariamente diverso. A volte possono sussistere delle conseguenze traumatiche e da queste può crescere rabbia e sfiducia. Questa è una sconfitta per la giustizia e per la società intera.

Susanna Marrama

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