Il carcere non è un posto come gli altri.
Lo capisci non appena entri, lo senti anche se sai che, dopo aver svolto la tua mansione, sei libero di andare dove vuoi, con chi vuoi.
Il carcere non è un posto come gli altri. E’ un reticolo di regole inderogabili. E’ un luogo nel quale è difficile sentirsi sicuri. Questa sensazione l’avvertiamo tutti: detenuti, esperti, educatori, direttori, volontari. Le malattie infettive in carcere, sono da sempre un grosso problema: affollamento e scarse condizioni igieniche ne fanno un ottimo terreno di coltura per ogni tipo di virus.
Il carcere non è un posto come gli altri. Sebbene sia una comunità separata per definizione è allo stesso tempo un luogo che raccoglie tante persone e tutte condividono pochi metri quadri: i detenuti una piccola cella; il personale che ci lavora spazi altrettanto circoscritti che tra l’altro facilitano la possibilità di creare assembramenti; in carcere inoltre, continuano i nuovi ingressi sia che si tratti di persone appena arrestate che di persone trasferite da altri istituti.
In carcere quello che fa paura non è solo l’impossibilità di un distanziamento sociale ma soprattutto il distanziamento dagli affetti più cari. Tutto è distante. Distante il tempo del ritorno alla “quotidianità” che seppure grigia riempie la giornata, distante il ritorno alle attività scolastiche, agli ingressi dei volontari, alle attività sportive ma ,soprattutto, si sente enormemente distante la possibilità di rivedere le persone care.
La pena non affligge solo chi in carcere risiede ma anche compagne, mogli, figli, parenti che subiscono questo distanziamento senza neanche l’accusa di un reato.
E’ così il carcere, un luogo non luogo, un luogo non facile da capire a meno che, come ci insegna lo scrittore israeliano David Grossman, non si impari a vedere quella realtà “con gli occhi del nemico”.
Libro: “La galera ha i confini dei vostri cervelli” di Pietro Buffa. Ambiente carcerario descritto e narrato dall’autore attraverso la storia di vite che popolano il carcere. La possibilità di generare un cambiamento attraverso l’umanità delle persone che popolano la realtà carceraria siano essi detenuti, volontari, operatori sociali o agenti penitenziari.
Cinema: “Cella 211” film del 2009 diretto da Daniel Monzón Jerez. Un secondino appena assunto si improvvisa detenuto per riuscire a sopravvivere ad una rivolta scoppiata in carcere.
Laura Soro