“muori”
“ti riempirei di botte”
“ma che madre sei”
“ma non ti vergogni alla tua età, fai schifo”
“dovete bruciare, tu e la tua famiglia”
Questi sono solo alcuni dei tanti commenti trovati sui social. Commenti scritti da persone reali anche se spesso mascherate da nomi inventati. Quello che prima era un giudizio silenzioso e spesso nascosto tra i pettegolezzi della gente ora ha un peso enorme. Un giudizio che una persona ha difficoltà a dimenticare con il tempo generando situazioni di disagio, paure e vergogna. Le parole scritte sui social hanno una forza enorme perché oltre ad essere lette dalla vittima sono esposte al giudizio e al parere molto spesso superficiale della gente che si trova dietro la tastiera. Spesso non si ascolta, non si approfondiscono argomenti, si leggono solo dei “titoli” o delle brevi righe e da quste si costruiscono mondi di giudizi approssimativi e commenti banali.
Ma chi c’è al di là della tastiera e chi ha il “coraggio” di utilizzare parole così aggressive?
A volte le persone vengono caricate di rabbia. Sempre più spesso sono presenti degli “istigatori” come ad esempio i titolari di alcuni giornali online o pagine social che postano notizie e foto dai titoli ambigui con il solo obiettivo di aumentare visualizzazioni. Questi non usano direttamente parole violente ma pongono dei quesiti e sollevano polemiche. Toccano punti sensibili e scatenano la rabbia e la frustrazione della gente spesso utilizzando come punto di partenza casi di cronaca.
Sarebbe quindi necessario porre l’attenzione non solo sulla parola violenta ma anche, e soprattutto, su quei soggetti che scatenano la violenza ma che, purtroppo, restano nascosti in silenzio dietro uno schermo.
Susanna Marrama