ROBIN HOOD – The Yeoman

Il crimine è universalmente ricondotto al male, a ciò che è sbagliato, a ciò che viene fatto contro la legge, contro i singoli e, in qualche modo, contro la comunità intera. Esiste però una visione nettamente contraria, che nasce dalla leggenda e si lega intrinsecamente all’arte e alla letteratura, arrivando davanti ai nostri occhi sotto forma di film e lungometraggi di diverso genere. Chi ribalta la visione del crimine è Robin Hood.

L’eroe del crimine, colui che ha fatto del rubare un’arte apprezzata e non un reato, compone la sua figura a partire da intrecci storici e leggendari già dal Medioevo.

Thomas Percy, uno scrittore del XVII secolo, trovò un manoscritto scritto in “middle english” (l’inglese parlato in periodo medievale) chiamato “Percy Folio”, in cui veniva riportata la ballata “Robin Hood and Guy of Gisborne”, datata a prima del 1475. La prima vera apparizione, però, è stata datata 1377: il manoscritto Piers Plowman di William Langland riporta la frase

“I ken (know) rimes of Robin Hood”.

Incisione a colori del 1600 circa che mostra il principe dei ladri armato di un grande arco

In un documento del 1420, all’interno delle Scottish Chronicle di Wynton, viene presentato, per la prima volta, il personaggio di Robin Hood in veste di antieroe, ponendo l’attenzione sul fatto che, tramite azioni “illegali”, si potesse giungere a risultati lodevoli:

“Little John and Robin Hood robber who were praised good: In Inglewood and Barnsdale They used to do this as their labour”

Robin Hood, però, non è completamente antitetico come eroe: nella sua figura vengono a crollare le credenze sulla criminalità, su ciò che è lecito e ciò che non lo è. Il principe dei ladri, come verrà appellato più avanti da Alexandre Dumas, è oggetto della simpatia e dell’immaginazione dei popoli che ascoltavano le ballads che lo coinvolgevano, non si è opposto al bene, ha solo scelto un modo “sbagliato” per perpetrarlo.

L’antieroe, le cui vicende si sono incrociate con il tramandarsi delle culture europee (e non solo), fino ad arrivare a ricondurre la sua storia a personaggi come Giovanni Senza Terra e Riccardo Cuor di Leone, ha mosso la fantasia di moltissime persone, diventando protagonista di canzoni, drammi, giochi, quadri, romanzi, film e serie tv.

Daniel Maclise – Robin Hood and his Merry Men Entertaining Richard the Lionheart in Sherwood Forest

In questo passaggio della ballad “Robin Hood and the beggar”, di presunta provenienza delle regioni del nord dell’Inghilterra (o forse scozzese), tradotto in inglese moderno da Robert Landis Frank, le gesta di Robin Hood si narrano di un incontro con un cavaliere caduto in disgrazia.

Thank you, knight,” said Robin,

“For my dinner, whenever I have it.

I was never so greedy, by dear worthy God.

Food, I can take it or leave it.
“But pay ere ye go,” said Robin.

“I think it is good and right.

It was never the manner, by dear worthy God,

A yeoman to pay for a knight.”
“I have nothing in my trunk,” said the knight,

“That I may offer, for shame.”

“Little John, go look,” said Robin.

“And don’t leave out anything.”
“Tell me the truth,” said Robin,

“So God will have pity on thee.”

“I have no more than ten shillings,” said the knight.

“So God have pity on me.”
“If thou hast no more,” said Robin,

“I will not touch one penny.

And if you have need of any more,

More shall I lend thee.

“Go forth now, Little John,

And bring the truth to me.

If there be no more than ten shillings,

Not a penny shall I see.”
Little John spread his mantle out

Full fair upon the ground,

And there he found in the knight’s trunk

Only half a pound.
Little John let it lie full still

And went to his master low.

“What tidings, John?” said Robin.

“Sir, the knight is true enough.”
“Pour out the best wine,” said Robin.

“The knight shall begin.

No wonder, it seems to me,

Thy clothing is so thin.

Robin invita il cavaliere a cena e poi, una volta rifocillato, lo esorta a dargli dei soldi. Alla risposta negativa del cavaliere, che si trova in uno stato di estrema povertà, il principe dei ladri manda Little John, suo fedele braccio destro, a perquisire il malcapitato alla ricerca di denaro. Questo atteggiamento, estremamente violento e deplorevole, che si potrebbe ricondurre a reati come l’estorsione o la rapina, viene immediatamente percepito come positivo non appena arriva la conferma dell’effettiva povertà del cavaliere. Robin, non appena apprende che il viandante non ha che mezzo pound in tasca, gli offre subito dell’ottimo vino per rinfrancargli lo spirito.

Nella ballad viene utilizzato un termine molto comune nel riferimento al personaggio di Robin Hood: “yeoman”. Questa parola, che significa letteralmente “young man”, tradotto in italiano come “giovane servitore”, veniva riferita ai camerieri di alto livello che prestavano servizio nelle piccole case nobiliari oppure, se accompagnata da parole di riferimento al bosco, si riferiva agli assistenti di caccia. Col passare del tempo, però, il termine yeoman si lega al riferimento ai proprietari terrieri autonomi (nel XIV secolo), posizionati socialmente sopra ai contadini e sotto ai cavalieri. La rivolta dei contadini del 1381 in Inghilterra sembra essere uno dei terreni più fertili per la nascita della figura dell’eroe “buono” e spietato: egli, infatti, mosso dalla ribellione, non attacca i contadini, ma i vescovi e gli aristocratici. La violenza della società medievale è ben espressa nella crudeltà delle esecuzioni: in “Robin Hood and the Monk” il compagno Little John non solo decapita un monaco che aveva denunciato Robin Hood allo sceriffo, ma riserva lo stesso trattamento anche al ragazzino che lo accompagnava in quanto testimone della scena.

Ecco che allora la figura dell’antieroe si inserisce in una riflessione di tipo sociale: la non-condanna delle gesta sanguinarie si riverbera su una variegata strutturazione sociale che poteva rivedere in Robin una vendetta per la propria condizione. I poveri, i servi e i contadini, ma anche la piccola servitù della nobiltà, gli aiutanti cacciatori, le guardie forestali e via dicendo, potevano sperare in un riscatto sociale grazie all’accettazione delle gesta criminali di uno come loro, che lottava e si emancipava dalle regole precostituite per la sua condizione, nel tentativo, più mitologico che concreto, di ristabilire un ordine di giustizia.

Questo stralcio di arte medievale, tramandata fino a noi attraverso libri, illustrazioni e, nell’ultimo secolo, lungometraggi, ci dimostra come la percezione del reato cambia a seconda della vicinanza con chi lo commette e nei confronti di chi viene perpetrato. Sebbene in chiave mitica, le gesta di Robin Hood dimostrano la relatività dei concetti di bene e male, che divengono interscambiabili quando si parla di se stessi e non più di altri.

N. C. Wyeth – The passing of Robin Hood

 

Elisa Begnis

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