Indifferenza mortale

In un periodo storico in cui anche diritti che sembravano assodati cominciano a crollare, penso che sia opportuno riflettere su un baluardo di (in)civiltà che tanto divide le opinioni, la pena di morte. Questo è sicuramente un argomento complesso e variegato, che tocca gli aspetti più diversi, come la politica, l’economia, la rieducazione, la pesantezza delle pene, ma poco fa riflettere in merito al suo elemento costituente, la morte.

Il motivo per cui non veniamo particolarmente colpiti dall’elementare intrinsecità della pena capitale deriva dalla mancanza di compassione che la visione a distanza della morte crea in noi. La reiterazione di immagini di tragedie fornite dai media e la spettacolarizzazione che la pena capitale crea, fin dalle sue origini, del fine vita, ha creato un muro di indifferenza tra chi la morte deve riceverla e chi, come noi, la osserva.

La riflessione sull’indifferenza davanti al comminare la morte a qualcuno risale a quasi due secoli fa. Il primo grande sostenitore dell’abolizione della pena capitale, col suo capolavoro Dei Delitti e Delle Pene è Cesare Beccaria, che nel 1774 illustra egregiamente come concedere allo Stato la facoltà di uccidere sia da ritenersi un enorme fallimento nella rieducazione dei condannati e nella fiducia nei confronti dei cittadini.

Per approfondire la questione attraverso l’arte visuale, propongo un percorso tematico che segua l’evoluzione sensoriale del concetto dal XIX secolo ai giorni nostri, partendo dall’analisi di due opere. La prima è “L’esecuzione dell’Imperatore Massimiliano” di Edouard Manet (1886-87), la seconda è “Electric Chair” di Andy Warhol. A circa 80 anni di distanza, i due artisti hanno cercato di esprimere l’indifferenza data dalla mediatizzazione della pena di morte, entrambi raggiungendo un ottimo risultato. Questo dimostra come non sia il mezzo mediatico utilizzato a veicolare il messaggio, ma la continua esposizione al suo contenuto.

L’opera di Manet è davvero peculiare, quasi in itinere, perché è il risultato di quattro opere identiche e ripetute che rappresentano la fucilazione dell’Imperatore Massimiliano d’Austria avvenuta il 19 giugno 1867 in Messico, a Queretaro. La prima versione del dipinto fu realizzata dopo che Manet, decisamente contrario all’operato di Napoleone III (ritenuto responsabile della decisione), seppe della tragedia. L’ultimo viaggio del pittore in Spagna e l’incontro con Francisco Goya, autore de “Il 3 maggio 1808”, anch’esso un quadro sul tema della fucilazione, fanno sì che la prima versione del quadro sia molto intensa: l’osservatore percepisce una forte vicinanza alla scena dovuta alla collocazione spaziale dei soggetti, ai colori e all’inquadratura. Tuttavia, col passare del tempo, il pittore francese si trova bombardato da resoconti giornalistici dell’episodio, ed intraprende inevitabilmente una riflessione di carattere etico che lo porta a redigere la seconda e la terza versione dell’opera.  Nelle versioni nuove le figure risultano più piccole in modo da aumentare la distanza tra l’osservatore e il soggetto rappresentato. Anche i colori, decisamente più piatti della prima versione, esprimono tranquillità e freddezza.

Nell’ultima versione, quella che esprime maggiormente l’indifferenza dell’esecuzione, viene posta in rilievo la figura di un soldato che giocherella con la sicura del fucile, non è toccato dalla scena, non gli interessa la morte che, imminente, sta per passargli di fianco. I generali messicani che stanno di lato all’Imperatore sono calmi e inespressivi: tutto nella scena concorre a far sembrare la pena di morte un fatto ordinario. A sottolineare la spettacolarizzazione indifferente della vicenda sono dei ragazzini che dietro un muretto guardano la scena, quasi divertiti.

A quasi 80 anni di distanza, in un contesto socio-culturale completamente differente, Andy Warhol denunciava la stessa indifferenza mediatizzata dell’esecuzione capitale. “Electric Chair”, una serie di dipinti del 1963, rappresenta una sedia elettrica vuota in una stanza altrettanto vuota. L’artista differenzia i componenti della serie grazie allo sfondo monocromatico, che aiuta a mantenere l’immediatezza delle immagini fornite dai mass media. La fotografia su cui Warhol decide di creare questa serie di dipinti da inserire nella più grande collezione “Death and Disaster” è quella della sedia elettrica che è stata utilizzata per l’esecuzione di Julius ed Ethel Rosenberg nel carcere di Sing Sing del 1953, giustiziati poiché avevano passato ai russi alcune informazioni riguardanti la bomba atomica. Il motivo per cui Warhol sceglie un’immagine così evocativa viene da lui spiegato in un’intervista: “Quando vedi un’immagine raccapricciante più e più volte, questa non ha poi più nessun effetto”. L’artista, da sempre affascinato alle vicende macabre che sono vicine alla nostra vita quotidiana, vuole studiare la distanza emotiva che queste, apparentemente in modo inspiegabile, creano in noi. E chi meglio dell’artista pop per eccellenza, dello sfruttatore della reiterazione mediatica per antonomasia, poteva trasportare in arte questa riflessione? La gratuità delle immagini della sedia elettrica e la loro ripetizione forzata, ci porta paradossalmente in contatto con l’evento di per sé, nella speranza di stimolare una riflessione salvifica.

Sono passati 45 anni dai dipinti di Warhol. È il 2008 quando imperversa lo scandalo del manichino al Parco dell’Idroscalo di Milano.

Un giostraio ha messo un “gioco” su una delle vie principali vicino al corso dell’acqua, si tratta di una sedia elettrica su cui siede un manichino incredibilmente realistico…basta una monetina da un euro per attivarlo. L’azienda americana che lo produce, la Distorsions, crea bambole umanoidi a grandezza naturale che, sottoposte all’azione della sedia elettrica, producono gli stessi effetti di un corpo umano: il manichino fuma, si agita, urla e, contorcendosi, infine “muore”. Il giostraio, intervistato da un giornalista di La Repubblica, sostiene che in pochissimo tempo sta recuperando i soldi spesi per l’acquisto del “giocattolo” perché l’esecuzione in tempo reale va fortissimo tra i ragazzi e i genitori. I tempi sono cambiati, i secoli sono passati, ma il distacco rimane.

Il filo rosso che accompagna queste tre vicende è chiaro, vedere ripetutamente immagini di tragedie, con qualsiasi mezzo mediatico, crea freddezza. L’argomento è vastissimo, si potrebbe discutere per ore. Ritengo che la noncuranza per la pena capitale, l’ultimo vero fallimento dello Stato, meriti, specialmente in questo periodo, un’attenzione in più. Uccidere per punire è qualcosa che mai dovrebbe accadere, punire un assassinio con un pubblico assassinio mai dovrebbe essere legato all’indifferenza.

“La pena di morte diviene uno spettacolo per la maggior parte e un oggetto di compassione mista di sdegno per alcuni.” (Beccaria, Dei Delitti e Delle Pene, XXVIII, Della Pena di Morte, 1764)

Elisa Begnis

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