Risulta particolarmente difficile conoscere il sistema carcerario minorile al suo interno ed è ancora più complesso cercare di capire i suoi vari istituti che in parte si distinguono dal sistema degli adulti. Un istituto estremamente importante e molto utilizzato è la sospensione del processo con la messa alla prova dell’imputato minorenne. I ragazzi in questo periodo entrano in contatto con i servizi sociali e con strutture in grado di aiutarli in questo difficile percorso. Viene elaborato un progetto educativo su misura per ogni singolo ragazzo che avrà la possibilità di lavorare, di svolgere attività socialmente utili, di effettuare colloqui periodici con gli psicologi e svolgerà un percorso di mediazione che lo porterà a confrontarsi con la persona offesa sempre che questa ne dia la disponibilità.
Oltre al progetto vengono specificati dai servizi sociali degli obiettivi che il ragazzo dovrà prefissarsi. Dovrà ad esempio acquisire abilità nel lavoro per una maggiore integrazione nella società e dovrà sviluppare motivazioni mature che portano ad un reale cambiamento rispetto alla condotta illegale messa in atto durante la sua giovane età. Durante il periodo in prova il ragazzo viene accompagnato e nel percorso vengono valutati i suoi reali cambiamenti.
Importante in questo periodo di cambiamento è anche l’appoggio della famiglia, per sviluppare un rapporto di fiducia del giovane con gli operatori. L’atteggiamento disimpegnato può individuarsi in alcuni membri della famiglia del giovane che non prendono con serietà il percorso facendo annullare gli sforzi e l’impegno degli operatori che vogliono offrire la possibilità di una vita migliore al ragazzo. L’adolescente spesso inizia con buoni propositi il percorso ma questo viene interrotto o vanificato dalla famiglia o dall’ambiente sociale in cui il ragazzo vive. La mancata riuscita della prova spesso non dipende dal ragazzo ma dai contesti e dalle famiglie che minimizzano il reato commesso e privano il giovane di avere delle possibilità alternative rospetto ad una vita fondata sulla criminalità.
Nel cinema Italiano non sono presenti molti film che trattano questo particolare istituto, utilizzato spesso nei processi presso il Tribunale per i Minorenni. Uno dei pochi documentari che tratta l’argomento con molta precisione è “non ci sto dentro” di Antonio Bocola prodotto nel 2009. Il documentario ci fa entrare con estremo realismo all’interno delle vite di alcuni ragazzi italiani e stranieri che si trovano all’interno del circuito carcerario. Nel documentario si vedono le fasi del programma di messa alla prova dei ragazzi dando importanza anche e soprattutto agli operatori che accompagnano i giovani in questo difficile percorso. Tra gli operatori intervistati c’è il Giudice Fabio Tucci il quale ritiene che “il minore che realizza un comportamento antisociale è un minore tendenzialmente confuso, è un minore che ha avuto una suggestione da parte dell’ambiente, da parte della famiglia a comportarsi in un certo modo, a rubare qualcosa, e per la prima volta rischia di pagare le conseguenze per un gesto magari fatto altre volte ma non scoperto, per il quale non ha pagato nulla. Quindi è un minore che sta assaporando per la prima volta che i suoi punti di riferimenti sono messi in crisi perché c’è un altro punto di riferimento, quello del Tribunale per i minorenni, che sta provando a sostituirsi ad esso”.
Anche l’operatore Simone Pastorino (Educatore all’IPM Beccaria) indica come elemento fondamentale quello della famiglia in cui il ragazzo dovrà tornare una volta terminata la prova: “Risulta basilare prevedere dei continui contatti con le famiglie dei ragazzi…la famiglia rappresenta sempre l’aspetto fondamentale della loro vita, delinquenziale o non delinquenziale che sia”.
Don Claudio Borghi (Vice cappellano all’IPM Beccaria): “non sempre la famiglia è risorsa ci sono genitori o assenti o completamente figure distruttive…il ragazzo viene accompagnato a prendere coscienza di chi è il proprio genitore con molta lealtà…non vogliamo considerare i nostri ragazzi dei poverini che hanno avuto la sfiga di una famiglia difficile, preferiamo che uno con grande coraggio, in maniera graduale prenda le misure su quale genitore ha a che fare”. “Non vogliamo distaccare il ragazzo dalla sua famiglia però dobbiamo aiutare il ragazzo a prendere le misure per potersi ricollocare in un ambito sociale secondo delle scelte che non sono dettate dal clima familiare negativo ma da un clima interiore e personale”.
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Susanna Marrama