L’esigenza di scrivere questo articolo nasce nel momento in cui ricevo la telefonata di una cara amica. Il figlio di 17 anni ha tentato di togliersi la vita.
Le emozioni di chi sperimenta il tentativo di suicidio da parte di un familiare sono simili a quelle che attraversano anche le persone che subiscono altre perdite, altri lutti, ma lo stato di shock e di isolamento sociale, le sensazioni di colpa e di abbandono sono ancora più forti e durano più a lungo.
Senza voler entrare nei tanti pensieri, domande, interrogativi che perforano la mente di chi è attraversato da questo grande dolore decido invece di indagare su questa allarmante crescita di atti autolesionistici e tentativi di suicidio tra giovani e giovanissimi.
La cronaca segnala incessantemente storie di adolescenti che hanno tentato o portato a termine una condotta suicidaria. In quest’epoca di pandemia secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, a livello globale, i suicidi si collocano al secondo posto tra le cause di morte nella fascia di età 15- 29 anni. Anche per i giovani italiani L’ISTAT riferisce che sono circa 4000 i suicidi che si sono registrati durante il 2020, di pari passo all’aumento dei ricoveri nei reparti di neuropsichiatria.
Il primario dell’unità operativa complessa di Neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza, Stefano Vicari, lancia l’allarme, tramite il giornale “la Repubblica”:
“E’ anche a causa del Covid-19 e di questo periodo (con o senza lockdown) se sono aumentati atti autolesionistici e suicidari che hanno segnato una crescita di disturbi mentali sia nei ragazzi che nei bambini: irritabilità, ansia, sonno disturbato”.
Aggiunge inoltre: “Nel 2011 abbiamo avuto 12 ricoveri per attività autolesionistica, a scopo suicidario e non, mentre nel 2020 oltre 300, quindi quasi uno al giorno.”
Sebbene questi dati possano farci pensare che il suicidio in adolescenza è una questione di psicopatologia, cioè di persone già molto sofferenti e con acclarate patologie psichiatriche, in realtà così non è.
Nella maggior parte dei casi infatti, chi commette o tenta il suicidio non presenta nessun evidente disturbo psichico, il profilo sembra più quello di una persona molto dotata, ricca di risorse, capace.
E allora ci si chiede : PERCHE’? VA DAVVERO TUTTO BENE?
Senza cadere in facili generalizzazioni è noto che la solitudine rappresenta una delle condizioni più ricorrenti tra giovani suicidi; solitudine intesa come isolamento sia emotivo che sociale.
Due sono infatti i pilastri su cui si basa la salute mentale: la gestione delle emozioni da una parte e la capacità di costruire relazioni valide e positive dall’altra.
Se questi due elementi fondamentali vengono meno diminuiscono notevolmente anche gli ammortizzatori ai fattori di rischio.
La chiusura forzata di questo anno, le restrizioni e le privazioni a cui tutti noi siamo stati sottoposti hanno avuto nei giovani un effetto devastante proprio perché non gli è stato consentito di sperimentare emozioni nuove, di conoscersi attraverso le relazioni, di accrescere le loro speranze, di esprimere le loro paure.
Se gli uomini sono “animali sociali”, gli adolescenti lo sono in modo particolare. Vivere in gruppo a quell’età è fondamentale e contribuisce a formare la personalità. Più si riduce questa dimensione più si generano situazioni di disagio.
E se i social network danno l’impressione di riuscire a mantenere i contatti non potranno mai sostituire quelli in presenza.
Tra le tante variabili non dobbiamo dimenticare l’impossibilità di praticare attività sportiva che in questa fase della vita è spesso legata a sport di gruppo e quindi alla socialità; alla possibilità di aver dovuto fare i conti con lutti familiari, con la paura di contrarre il virus e quella di contagiare gli altri.
La mente degli adolescenti è come argilla, le relazioni fondano l’identità di bambini e adolescenti, il Covid 19 soprattutto durante la seconda ondata ha aggravato una condizione di paura e di instabilità generalizzata che si sovrascrive ai sentimenti che l’adolescente vive già di per sé , incrementando il rischio di autosoppressione.
Vorrei porre l’attenzione sul fatto che l’idea suicidaria in un giovane non nasce da grandi problemi, ma da piccole sconfitte quotidiane, dalla mancata libertà ma anche dal fatto di averli privati della voglia di ribellarsi, di trasgredire, che è tipica di quella età.
Serve dunque uno sforzo eccezionale, serve porsi all’ascolto, servono linee di comunicazione equilibrate, che non nascondano i problemi esistenti ma veicolino il coraggio di affrontare la realtà con gli strumenti della resilienza individuale, serve da parte degli adulti instillare sicurezza e speranza verso un futuro libero dal virus.
Laura Soro